Marguerite Yourcenar. Memorie di Adriano.
Sintesi a cura di Giuliano Gilli (da Rai Cultura, 27 luglio 2026)
«Avevo sentito le dissonanze risolversi in accordo; per un istante mi ero posato su una sfera diversa, avevo contemplato da lungi, ma anche da molto vicino, quella teoria umana e divina nella quale occupo il mio posto anch’io, quel mondo nel quale esiste ancora il dolore, non più l’errore. La sorte umana, quel vago tracciato al quale un occhio meno esercitato attribuisce tante imperfezioni, scintillava come le scie del cielo.»
Negli anni, questo libro è divenuto un breviario, un livre de chevet; una doccia da fare al mattino, o da leggere la sera, per togliere un po’ di sporcizia del mondo.
Al tempo fu una lettura difficilissima. L’occasione di leggere uno dei libri più significativi della letteratura fu ostacolata da una assoluta mancanza di voglia di leggere. Ho cercato di abbandonarlo e di riprenderlo più volte; alla fine sono arrivato all’ultima pagina.
Le sei parti che lo compongono, come per Auden, sono diventate per me horae canonicae e la salmodia il loro canto. Salmodiare: forse nessun verbo definisce meglio questa lettura. In questa lunga missiva, in questo flusso di coscienza, Adriano racconta la sua vita mirabolante, il suo destino, la responsabilità di essere Cesare, la sua negazione, l’amore, la Bellezza (o ciò che dovrebbe tendere alla καλοκαγαθία). Racconta la vita. Anche la nostra.
L’iniziare a leggerlo ha innescato uno straniamento vivido e immediato dentro il cuore del II secolo d.C.: il suo narrare, la sua cadenza e la sua musicalità narrativa sono entrati nella mente come un mantra, cullandomi, ipnotizzandomi, costringendomi all’attenzione e a lasciar perdere il resto.
Al cospetto di Adriano mi sono sentito come un bimbo nel suo primo giorno di ludus litterarius, perplesso e timoroso, pronto a memorizzare, ascoltare, annotare e sognare quegli spazi infiniti, quegli animali mai visti, quelle costruzioni gigantesche e quelle armate invincibili.
Vorrei condividere i passi che più mi hanno colpito all’interno dell’opera, densa di per sé di moniti continui.
Animula vagula blandula
«Come chiunque altro, io non dispongo che di tre mezzi per valutare l’esistenza umana: lo studio di se stessi è il metodo più difficile, il più insidioso, ma anche il più fecondo; l’osservazione degli uomini, i quali nella maggior parte dei casi s’adoperano per nasconderci i loro segreti o per farci credere di averne; e i libri, con i caratteristici errori di prospettiva che sorgono tra le righe. […] La parola scritta m’ha insegnato ad ascoltare la voce umana, press’a poco come gli atteggiamenti maestosi e immoti delle statue m’hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini. Viceversa, con l’andar del tempo, la vita m’ha chiarito i libri. […] Mi troverei molto male in un mondo senza libri, ma non è lì che si trova la realtà, dato che non vi è per intero.»
Come già in Flaubert e, più tardi, in Canetti, anche per la Yourcenar la conoscenza passa inevitabilmente attraverso la vita. Non esiste pagina che possa davvero parlarci se prima non è stata bagnata da una lacrima o dal sudore del nostro corpo, nella sua continua mutazione, nel suo divenire. Il divenire è, del resto, una costante dell’intero romanzo: come un ouroboros, la piccola animula vagula blandula tornerà alla fine del libro, là dove tutto sembra concludersi e invece ricomincia.
Varius Multiplex Multiformis
«Fino alla fine dei miei giorni sarò riconoscente a Scauro per avermi costretto a studiare il greco per tempo. Ho amato quella lingua per la sua flessibilità di corpo allenato, la ricchezza del vocabolario nel quale a ogni parola si afferma il contatto diretto e vario delle realtà; l’ho amata perché quasi tutto quel che gli uomini han detto di meglio è stato detto in greco. […] L’impero l’ho governato in latino; in latino sarà inciso il mio epitaffio, sulle mura del mio mausoleo in riva al Tevere; ma in greco ho pensato, in greco ho vissuto.»
Anch’io sono grato alla vita per aver studiato il greco. Imparando l’organon della κοινὴ διάλεκτος, ho imparato qualcosa del passato, del presente e, spero, anche del futuro della nostra natura, della nostra storia, del nostro humus. Districare radici, temi e suffissi delle parole mi ha svelato la realtà; tradurne la ποίησις mi ha restituito il sogno.
Mi sento più ricco, anche senza nulla.
Tellus stabilita
«Humanitas, Felicitas, Libertas: queste belle parole incise sulle monete del mio regno, non le ho inventate io. Qualsiasi filosofo greco, qualsiasi romano colto si propone del mondo la stessa immagine che mi propongo io… E ringraziavo gli dèi per avermi concesso di vivere in un’epoca, in cui il compito che m’era toccato in sorte consisteva nel riorganizzare prudentemente un mondo già vivo, e non nell’estrarre dal caos una materia ancora informe, o nel distendermi su un cadavere per cercar di risuscitarlo. Mi rallegravo che il nostro passato fosse antico abbastanza per fornirci esempi eccellenti, e non tanto pesante da schiacciarci con essi…; che lo sviluppo della nostra tecnica fosse pervenuto al punto da facilitare l’igiene della città e la prosperità dei popoli, ma non a quell’eccesso in cui rischierebbe di sommergere l’uomo con acquisizioni inutili; che le nostre arti, alberi un poco esausti per la gran copia dei loro doni, fossero ancora capaci di qualche frutto squisito. Mi rallegravo che le nostre religioni, vaghe e venerabili, purificate da intransigenze e da riti feroci, ci associassero misteriosamente ai sogni più antichi dell’uomo e della terra, ma senza inibirci una spiegazione “laica” dei fatti, un’intuizione razionale della condotta umana. Mi piaceva infine che queste stesse parole, Umanità, Felicità, Libertà non fossero ancora avvilite da applicazioni ridicole.»
C’è qui il manifesto di quello che sarà il successivo saeculum aureum (ma con un’accezione diversa, come vedremo). Lo spirito dei tempi, quello che ieri abbiamo imparato a chiamare Zeitgeist, attraversa queste pagine con una limpidezza che oggi sembra perduta. Là dove il nostro tempo si smarrisce nel presente, Adriano celebra il ricordo e la memoria come uniche bussole per onorare umanità, felicità e libertà. È un concentrato perfetto di mos maiorum e di una romanità ormai pienamente consapevole della propria anima greca. Non semplicemente attuale. Urgente.
«Bisogna che lo confessi: credo poco alle leggi. Se troppo dure, si trasgrediscono, e con ragione. Se troppo complicate, l’ingegnosità umana riesce facilmente a insinuarsi entro le maglie di questa massa fragile, che striscia sul fondo. Esse mutano meno rapidamente dei costumi; pericolose quando in ritardo, ancor più quando tentano di anticiparli.»
Davanti a parole come queste resta poco da aggiungere.
«Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo. Volevo che le città fossero splendide, piene di luce, irrigate d’acque limpide, popolate da esseri umani il cui corpo non fosse deturpato né dal marchio della miseria o della schiavitù, né dal turgore di una ricchezza volgare. Volevo che l’immensa maestà della pace romana si estendesse a tutti, insensibile e presente come la musica del firmamento nel suo moto; che il viaggiatore più umile potesse errare da un paese, da un continente all’altro, senza formalità vessatorie, senza pericoli, sicuro di trovare ovunque un minimo di legalità e di cultura… A questo ideale, in fin dei conti modesto, ci si avvicinerebbe abbastanza spesso, se gli uomini vi applicassero una parte di quella energia che van dissipando in opere stupide o feroci.»
Questo il miracolo del libro della Yourcenar: raccontare il II secolo e costringerci, senza mai cercare facili attualizzazioni, a leggere il XXI. La sua modernità non nasce dall’attualità dei temi, ma dalla profondità dello sguardo e del suo orizzonte.
È presente, come avrete notato, tutta la natura ellenistica dell’imperatore. Roma governa in latino; Adriano continua a pensare in greco. Ed è forse proprio in questa duplice appartenenza, romana e greca, che risiede il segreto della sua idea di impero.
Saeculum aureum
«Ho resistito; ho lottato contro il dolore come contro una cancrena. Ho ricordato le sue caparbietà, le sue bugie; mi son detto che sarebbe mutato, ingrassato, invecchiato. Fatica sprecata: come un artigiano coscienzioso si logora a copiare un capolavoro, così io mi accanivo a pretendere dalla mia memoria una esattezza insensata… Mi mancava tutto: il compagno delle feste notturne, il giovinetto che si abbassava sui talloni per aiutare Euforione a disporre le pieghe della mia toga. Una sera, Cabria mi chiamò per indicarmi una stella, nella costellazione dell’Aquila, che era stata appena visibile fino allora e che improvvisamente palpitava come una gemma, batteva come un cuore. Ne feci la sua stella, il suo segno. Ogni notte, mi esaurivo a seguirne il corso; ho scorto strane figure in quella parte di cielo. Mi ritennero folle. Ma non mi importava.»
È questo, forse, il periodo più luminoso della vita di Adriano. Antinoo e i suoi ricci rimarranno nella mia memoria letteraria come un’immagine indelebile.
Di queste pagine ho ammirato soprattutto la capacità della Yourcenar di raccontare l’amore come esperienza universale, capace di oltrepassare le convenzioni, le morali e perfino i credo che la storia degli uomini ha fatto attecchire come gramigna.
C’è, a mio avviso, un pudore profondo che non viene mai dichiarato e che proprio per questo attraversa l’intero romanzo.
Per questo colloco Antinoo e Adriano accanto a Tristano e Isotta, Abelardo ed Eloisa, Paolo e Francesca: non semplicemente grandi amori, ma archetipi. Figure nelle quali il sentimento travalica i protagonisti fino a diventare qualcosa di più grande di loro, un modello eterno dell’esperienza umana.
Donare amore, in qualunque forma, significa onorare l’essenza stessa della vita.
Disciplina Augusta
«Tutta la vita, ero vissuto d’amore e d’accordo col mio corpo; avevo implicitamente contato sulla sua docilità, sulla sua forza. Quest’ultima alleanza cominciava ad allentarsi; il mio corpo cessava d’operare d’accordo con la mia volontà, col mio spirito, con quella che bisogna pure ch’io chiami, goffamente, la mia anima; il compagno intelligente d’un tempo, ormai non era più che uno schiavo riluttante alla fatica. Il mio corpo aveva paura di me; sentivo continuamente nel petto la presenza oscura della paura, una morsa che non era ancora dolore, ma il primo passo in quel senso.»
Per la prima volta il corpo smette di essere un alleato e diventa un interlocutore ostile. I ricordi della fierezza duellano con membra ormai stanche, prima di arrendersi a una luce che restituisce ordine a tutte le cose.
In questo passo, con la dovuta algida distanza, mi è tornato alla mente Peeperkorn della Montagna incantata: la stessa possanza, lo stesso sguardo interiore, la stessa consapevolezza di chi ha guardato in faccia la vita e la morte.
Patientia
«Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più… Cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti…»
Avrei voluto esserci anch’io, in quel momento. Avrei voluto stringergli la mano e accompagnarlo alle porte dei Campi Elisi.
Una fine che è un inizio.
Per rileggerlo, per farne memoria, per non dimenticare quella piccola animula vagula blandula che continua ad abitare ciascuno di noi.
Nessuno escluso.













