TIVOLI (Roma). Villa Adriana, Villa d’Este e Fondazione Alinari insieme per la valorizzazione del patrimonio fotografico e archivistico.

L’Istituto Autonomo Villa Adriana e Villa d’Este-VILLÆ e la Fondazione Alinari per la Fotografia hanno sottoscritto un accordo di collaborazione tecnico-scientifica e culturale finalizzato a definire una strategia comune per la promozione, la conoscenza e la valorizzazione integrata del patrimonio culturale, archivistico e fotografico di rispettiva competenza. L’intesa, firmata dal direttore delle VILLÆ, Alberto Samonà, e dal presidente della Fondazione Alinari per la Fotografia, Giorgio van Straten, durerà cinque anni e offrirà una particolare attenzione ai progetti di educazione al patrimonio fotografico, alla promozione della fotografia quale strumento di documentazione storica, veicolo di narrazione visiva e di sperimentazione artistica.

La cooperazione tra i due istituti, Patrimonio dell’Unesco e gli Archivi Alinari (dal 1852 uno dei giacimenti di documentazione fotografica più rilevanti per la storia della fotografia, oggi custodi di oltre 5 milioni di simili beni) potrà portare allo sviluppo di percorsi di educazione visiva e workshop dedicati all’archiviazione, alla conservazione e all’analisi dello spazio attraverso la fotografia analogica e istantanea. La condivisione di mostre, iniziative culturali e programmi di residenza internazionale favorirà invece l’incontro tra natura, storia, archeologia e creatività contemporanea.

Grazie al protocollo l’Istituto Autonomo Villa Adriana e Villa d’Este-VILLÆ e la Fondazione Alinari collaboreranno con l’intento di sviluppare progetti di ricerca, studio e internazionalizzazione, mettendo ciascuno a disposizione risorse professionali e strumentali, e competenze scientifiche.
«La sottoscrizione di questo accordo con la Fondazione Alinari per la Fotografia, dichiara il direttore Alberto Samonà, segna una tappa fondamentale per le VILLÆ. Con questa intesa, il nostro Istituto rafforza la propria centralità nel panorama culturale nazionale e internazionale, ponendo la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico al centro di una visione moderna e dinamica. La fotografia rappresenta lo strumento principe per la documentazione archivistica e scientifica ed è una chiave di lettura privilegiata per interpretare la stratificazione dei nostri siti. Attraverso questo linguaggio universale, che unisce la profondità dell’archeologia e dell’architettura alle istanze della contemporaneità, apriamo la strada a nuovi percorsi di ricerca, educazione visiva e divulgazione culturale di altissimo profilo».
L’accordo, nel quadro delle normative vigenti sui beni culturali, disciplina anche le modalità di riproduzione e utilizzo coordinato delle immagini a colori presenti nell’archivio Alinari relative alle opere in consegna alle VILLÆ, garantendo standard rigorosi di tutela, trasparenza e condivisione dei proventi destinati alla valorizzazione pubblica.

Autore: Samantha De Martin

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 4 nov 2026

TIVOLI (Roma). MARGUERITE YOURCENAR. L’eleganza del mito, a Villa Adriana.

* Domenica 25 ottobre 2026, dalle ore 10.30, VILLÆ celebra i 45 anni dall’ingresso della prima donna all’Académie française con una passeggiata archeologica, un incontro ed un’esposizione documentaria presso i Mouseia – Musei del Canopo.

Era l’8 giugno 1924 quando una giovane Marguerite Yourcenar, accompagnata dal padre, attraversava per la prima volta le vestigia di Villa Adriana, a Tivoli. Tra le architetture volute dall’imperatore, le suggestioni del mondo antico e il mito di Antinoo prendeva forma un incontro destinato a lasciare un segno profondo nella letteratura del Novecento. Da quella visita sarebbero maturate le prime intuizioni di Memorie di Adriano, il romanzo che nel 1951 avrebbe restituito voce, pensieri e umanità a uno dei protagonisti della storia romana, trasformando le rovine di una civiltà in una riflessione universale sul potere, sull’amore, sulla vita e sulla morte.

A oltre un secolo da quell’incontro, domenica 25 ottobre 2026, dalle ore 10.30, Villa Adriana torna a raccontare il legame tra la scrittrice e l’imperatore con “Marguerite Yourcenar. L’eleganza del mito”, la Giornata dei Parchi Letterari organizzata dall’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este – VILLÆ, diretto da Alberto Samonà, con il Centro Antinoo per l’Arte e in collaborazione con I Parchi Letterari.
Un percorso tra archeologia, letteratura e memoria che, attraverso una passeggiata nei luoghi evocati dal romanzo, un incontro di approfondimento e un percorso documentario, celebra il quarantacinquesimo anniversario dell’ingresso di Yourcenar all’Académie française, dove il 22 gennaio 1981 fu ricevuta come prima donna eletta nella storia dell’istituzione.

«Marguerite Yourcenar – sottolinea il direttore dell’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este, Alberto Samonà – ha compiuto un’operazione rara: ha attraversato la distanza che separa il nostro presente dal mondo antico, facendone una via privilegiata per avvicinarsi all’imperatore Adriano e, insieme, all’uomo. A Villa Adriana, Memorie di Adriano ci invita a guardare oltre la grandezza del visibile, verso ciò che ogni esistenza custodisce di irriducibile, di fragile, di misterioso. Tra la scrittrice e questi luoghi si è stabilito un legame profondo, che il tempo non ha fatto che arricchire di nuovi significati. Le architetture della Villa testimoniano la visione di un imperatore; le pagine di Yourcenar ci danno la possibilità di immaginare l’uomo che quella visione concepì, le sue inquietudini, la sua consapevolezza del limite. È nell’incontro fra la permanenza e la genialità delle architetture adrianee e l’interiorità che la letteratura sa dischiudere che il patrimonio culturale rivela una delle sue dimensioni più profonde: la forza di continuare a parlarci, ben oltre il tempo in cui è nato».

Non soltanto una ricorrenza letteraria, dunque, ma un’occasione per riscoprire il rapporto profondo tra un luogo e la sua rappresentazione, tra la testimonianza materiale della storia e la capacità della letteratura di attraversare i secoli, restituendo alle pietre voci, sentimenti e significati nuovi.

Il programma prenderà il via alle ore 10.30 dal Teatro Greco, con una passeggiata archeologica di circa un’ora lungo il percorso Yourcenar, condotta da Sabrina Pietrobono, funzionario archeologo che ha dedicato approfondite ricerche al rapporto tra la scrittrice e Villa Adriana. Un itinerario attraverso gli spazi che hanno alimentato l’immaginazione dell’autrice e che trovano nuova vita nelle pagine di Memorie di Adriano, fino a raggiungere il Museo del Canopo. Il pubblico sarà accompagnato in un viaggio nel quale l’esperienza diretta del patrimonio archeologico si intreccia con la dimensione letteraria, offrendo la possibilità di osservare la Villa attraverso lo sguardo di chi seppe trasformarla in uno dei grandi scenari della narrativa del Novecento.

Alle ore 12.00 circa, ai Mouseia – Musei del Canopo, la giornata proseguirà con un incontro moderato da Stanislao de Marsanich, Presidente de I Parchi Letterari, dedicato alla figura di Marguerite Yourcenar, al significato storico e culturale della sua elezione all’Académie française e al legame tra la scrittrice, Adriano e la sua Villa.

A completare il percorso, nelle vetrine dei Mouseia – Musei del Canopo sarà allestita una piccola esposizione di documenti concessi in prestito dal Centro Internazionale Antinoo per l’Arte, tra cui una preziosa edizione illustrata di Memoire d’Hadrien (ed. Plon, 6 ottobre 1958), autografata e dedicata a Lidia Storoni Mazzolani, storica traduttrice italiana dell’autrice, grazie alla sua generosa collaborazione. I materiali, accompagnati da pannelli descrittivi dedicati alla ricorrenza, offriranno un ulteriore approfondimento sulla figura della scrittrice e sul suo ingresso nell’istituzione francese.

«Questa iniziativa – prosegue Alberto Samonà – assume per noi un significato particolare anche in prospettiva futura. La celebrazione dell’anniversario dell’ingresso di Yourcenar all’Académie française apre infatti un percorso che proseguirà nel 2027, quando le VILLÆ dedicheranno un importante programma di iniziative culturali al quarantennale della scomparsa della scrittrice, a partire da una mostra che stiamo preparando per la prossima primavera. Un’occasione per tornare a esplorare la relazione fra Yourcenar, Adriano e la sua Villa».

Programma:
Ore 10.30 – Teatro Greco
Passeggiata archeologica lungo il percorso Yourcenar, condotta da Sabrina Pietrobono, funzionario archeologo.

Ore 12.00 circa – Mouseia – Musei del Canopo
Incontro dedicato a Marguerite Yourcenar e al quarantacinquesimo anniversario del suo ingresso all’Académie française. Modera Stanislao de Marsanich, Presidente de I Parchi Letterari.

Museo del Canopo
Esposizione documentaria con materiali concessi in prestito dal Centro Internazionale Antinoo per l’Arte.

Info:
Domenica 25 ottobre 2026 – ore 10.30 a Villa Adriana, Tivoli (RM)
Organizzazione: VILLÆ – Istituto Autonomo Villa Adriana e Villa d’Este
A cura di: Alberto Samonà, Sara Tarissi de Jacobis e Arianna Trifogli
https://villae.cultura.gov.it/

TIVOLI (Roma). Villa Adriana, nell’area dell’Anfiteatro riaffiora una testimonianza del fulgur conditum, l’antico rito romano che consacrava i luoghi colpiti dal fulmine.

A Villa Adriana le indagini archeologiche continuano a riportare alla luce testimonianze capaci di arricchire di nuovi significati i luoghi della residenza imperiale. Nell’area del cosiddetto Anfiteatro, nell’ambito delle indagini che il Dipartimento di Studi Umanistici (DISTUM) dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo conduce, su concessione del Ministero della Cultura e in collaborazione con l’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este, è stata rinvenuta un’iscrizione relativa a un fulgur submanium: un fulmine attribuito a Summano, la divinità romana dei fulmini notturni.

Il ritrovamento è particolarmente significativo perché la lastra iscritta è ancora nella sua posizione originaria, inserita nella struttura cui apparteneva. Secondo gli archeologi, il complesso è collegato alla sacralizzazione rituale del luogo colpito dal fulmine e la struttura potrebbe costituire il segnacolo o la delimitazione di un bidental, lo spazio sacro connesso a questo tipo di evento. Nel mondo romano il luogo raggiunto dalla folgore era infatti considerato religiosus, consacrato dall’intervento della divinità: le tracce materiali colpite dal fulmine venivano raccolte e deposte nella terra, accompagnate da formule rituali e sacrifici. È a questa pratica di deposizione e sepoltura che si riferisce l’espressione fulgur conditum.
“Questa scoperta ci restituisce una testimonianza rara e di straordinaria forza evocativa della religiosità romana: il segno lasciato da un fulmine e il rito attraverso il quale il luogo colpito veniva riconosciuto come appartenente alla sfera divina. È un tema profondamente radicato nella cultura antica, tornato con forza alla nostra attenzione grazie agli straordinari ritrovamenti del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni, dove un fulmine in bronzo, deposto insieme a una freccia in selce, ha restituito una suggestiva traccia del rito del fulgur conditum. Villa Adriana aggiunge oggi un nuovo, eccezionale tassello a questo orizzonte religioso, ancora conservato nel suo contesto originario. È la capacità dell’archeologia di restituirci, attraverso le tracce materiali, pensieri, riti e forme della relazione con il divino. Ringrazio gli archeologi dell’Università di Urbino e dell’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este per una scoperta che amplia in modo significativo la conoscenza di uno dei luoghi più straordinari del patrimonio italiano”, dichiara il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, che ieri si è recato sul luogo del rinvenimento. Alla visita erano presenti anche il direttore dell’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este Alberto Samonà, il sindaco di Tivoli Marco Innocenzi, e gli archeologi impegnati nella ricerca, guidati dal direttore dello scavo, Fabio Giorgio Cavallero.

La scoperta è avvenuta in un settore compreso tra il cosiddetto Anfiteatro ed il banco di tufo. Qui gli archeologi hanno messo in luce una piccola struttura quadrangolare, realizzata con elementi di tufo legati da malta, sul cui fronte è ancora inserita la lastra di marmo iscritta, di 40 per 35 centimetri.
Sulla lastra, in due righe di lettere capitali, si legge integralmente: FVLGVR SVBMANIVM.
La formula indica dunque un fulmine notturno riferito a Summano. Le fonti antiche distinguevano infatti le folgori diurne, attribuite a Giove, da quelle notturne, ricondotte a Summano, dio del cielo e dei fulmini notturni. Il significato del rinvenimento va però oltre le parole incise sulla lastra: per i Romani la caduta del fulmine segnava l’irruzione del divino nello spazio degli uomini e rendeva quel luogo religiosus, sottraendolo alla sua condizione ordinaria.
“Questa scoperta – sottolinea il direttore dell’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este, Alberto Samonà – sposta l’attenzione dalle grandi architetture alla sfera più intima della religiosità romana. Ritrovare il segno materiale della sacralizzazione di un luogo colpito da un fulmine ci permette di toccare con mano le meticolose procedure rituali del tempo. È un risultato di straordinario valore scientifico, per il quale sono grato al lavoro del professor Cavallero, direttore dello scavo, e all’équipe dell’Ateneo di Urbino, condotto in proficua sinergia con i nostri archeologi dell’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este. La ricerca archeologica nelle VILLÆ di Tivoli si conferma preziosa per svelare non solo le forme del potere, ma l’intera grammatica culturale, antropologica e religiosa del mondo antico”.

“Il Dipartimento di Eccellenza DISTUM – evidenzia la professoressa Berta Martini, direttrice del Dipartimento di Studi Umanistici (DISTUM) – sostiene questo scavo fin dal suo avvio, riconoscendone il valore per la ricerca e la formazione degli studenti tanto sul campo quanto nei laboratori di UniUrb dedicati. L’eccezionale rinvenimento conferma l’importanza della collaborazione tra l’Università di Urbino, il Ministero della Cultura e l’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este. Il Dipartimento continuerà a sostenere le indagini e lo studio dei rinvenimenti, anche attraverso le attività del laboratorio di Imaging for Humanities e l’impiego delle nuove tecnologie in ambito archeologico”.
“Il rinvenimento dell’iscrizione FVLGVR SVBMANIVM, ancora conservata nella sua posizione originaria – spiega il professor Fabio Giorgio Cavallero, direttore dello scavo – costituisce un dato di eccezionale importanza. Il rapporto stratigrafico tra il fulgur conditum, la rasatura del palazzo rinvenuto nell’area del cosiddetto Anfiteatro nel 2024 ed il seppellimento delle sue strutture potrà chiarire la sequenza che condusse alle trasformazioni di tutta l’area monumentale. La scoperta apre nuove prospettive sulla storia di questo settore di Villa Adriana e sul ruolo del rituale del fulgur conditum nella riorganizzazione degli spazi”.
“La ricerca archeologica a Villa Adriana – aggiungono Viviana Carbonara, funzionario responsabile delle concessioni di scavo, e Sergio Del Ferro, funzionario responsabile di Villa Adriana – è fondamentale per continuare a conoscere un sito che ha ancora molto da dire. Le concessioni attualmente in corso, insieme alle indagini direttamente promosse dall’Istituto che prenderanno avvio nei prossimi mesi, stanno restituendo risultati inediti e, in alcuni casi, assolutamente inattesi. La scoperta dell’iscrizione dedicata al fulgur submanium dimostra ancora una volta come lo scavo possa aprire nuove prospettive di conoscenza e contribuire a riscrivere pagine della storia del sito, restituendone la complessità e la straordinaria ricchezza culturale”.

Fonte:
Ufficio Stampa e Comunicazione MiC 10 set 2026
ufficiostampa@cultura.gov.it

TIVOLI (Roma). Villa Adriana sembra progettata per essere un set cinematografico.

Alle cinque e mezza del mattino Villa Adriana si mostra sotto un’altra veste. Prima che la luce conquisti il travertino, il Canopo emerge lentamente dalla nebbia, mentre il lungo colonnato del Pecile perde per qualche istante i propri riferimenti archeologici. Le colonne, i bacini d’acqua e le prospettive monumentali attendono immobili l’arrivo dello sguardo. Questa sospensione evoca la sequenza iniziale di un film, anticipando la finzione scenica prima ancora che si accendano i riflettori sul set. Il vero punto di partenza per decifrare il rapporto fra questa architettura e il cinema va oltre la semplice curiosità sul perché tanti registi abbiano scelto Villa Adriana. La domanda chiave è un’altra: l’intera villa appare concepita, per la sua stessa costruzione spaziale, come un set immateriale proiettato nel tempo.

Cinema e arte a Villa Adriana
Se il cinema è l’arte di organizzare lo spazio per trasformarlo in immaginario, la villa dell’imperatore Adriano rappresenta un caso quasi vertiginoso di questa stessa intuizione realizzata nella pietra. Nelle intenzioni dell’imperatore, il complesso doveva superare l’idea di semplice palazzo, configurandosi come una sorta di Wunderkammer architettonica capace di condensare Egitto, Grecia e Asia Minore in un unico atlante del mondo imperiale. Qui, Villa Adriana raccoglie e ricompone modelli, forme e memorie provenienti da territori lontanissimi. Più che un semplice agglomerato di edifici, la villa si rivela un sistema di relazioni, percorsi, prospettive e improvvise apparizioni. Adriano ha strutturato i volumi affinché il visitatore lo attraversasse e lo scoprisse progressivamente. Con questa regia spaziale, l’imperatore ha dato vita a una sequenza.
Separare il cinema moderno dall’architettura romana evidenzia una distanza storica e concettuale incolmabile, rendendo impossibile una sovrapposizione diretta. Eppure l’analogia resta sorprendente. Anche nelle sue vaste lacune, lo spazio scavalca la pura funzione dell’abitare, nascendo già interamente predisposto a farsi inquadratura. Quando il cinema arriva a Villa Adriana trova una grammatica visiva già perfettamente strutturata. Le quinte prospettiche ed i cannocchiali ottici lavorano insieme ad un gioco continuo di simmetrie, riflessi ed improvvise aperture, in una sorta di montaggio spaziale ante litteram. È qui che architettura e cinema si incontrano più profondamente, trovando una sintonia che supera la pura bellezza dell’immagine. Il vero legame risiede nella capacità di stabilire che cosa debba essere visto, quando debba essere visto e che cosa, invece, debba rimanere invisibile, facendo del fuori campo e del non-visto l’autentica materia prima del luogo.

La villa prima del film
Nel 2019, con Francesca Roncoroni, ho iniziato a lavorare a 60/20: Villa Adriana tra Cinema e UNESCO, mostra poi presentata nell’estate 2020, dopo la prima ondata pandemica: sessant’anni dal primo film girato nella villa dell’imperatore, Et mourir de plaisir (Il sangue e la rosa, 1960) di Roger Vadim, e vent’anni dall’iscrizione del sito nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. La ricostruzione della filmografia di Villa Adriana permetteva di seguire una storia sorprendentemente articolata, ma osservandola nel suo insieme emergeva soprattutto un paradosso. Da un lato, il cinema dichiara la villa conservandone il nome, la storia e la monumentalità; dall’altro, la nasconde, privandola della sua identità geografica per trasformarla in qualcos’altro: una prigione, una residenza aristocratica, una Roma esoterica, un palazzo fantastico. È proprio questa possibilità di metamorfosi a fare di Villa Adriana qualcosa di più di una semplice ‘location’, un fantasma volumetrico che si dissolve e si ricompone nei flussi della visione. Mentre la struttura della villa resta immutata, a cambiare è il mondo che il cinema costruisce intorno ad essa.

Quando la villa conserva il proprio nome
La prima possibilità è quella in cui la macchina da presa sceglie l’evidenza, senza nascondere nulla. È il caso di The Belly of an Architect (Il ventre dell’architetto, 1987) di Peter Greenaway. Qui Villa Adriana supera la funzione di semplice sfondo, diventando il fulcro geometrico e mentale dell’ossessione del protagonista Stourley Kracklite. Il Pecile e il Canopo diventano estensioni della sua anatomia malata e di una classicità che sembra schiacciare l’uomo moderno con la propria simmetria. Le architetture ed i loro riflessi nell’acqua si moltiplicano nell’immagine: le colonne diventano un labirinto verticale e la figura umana, al loro confronto, sembra provvisoria. Greenaway usa Villa Adriana per ciò che è, un monumento alla memoria, alla messa in scena ed alla morte. Qui il luogo può rinunciare a fingere di essere altro: la sua identità storica è già materia narrativa. Anziché cancellare Villa Adriana, la regia si concentra sulla sua interpretazione. La monumentalità diventa così una forma di pressione psicologica: l’architettura sopravvive al personaggio, lo contiene e, in qualche modo, lo giudica come una presenza spettrale inevitabile.
Pochi anni prima, i fratelli Taviani avevano scelto le medesime geometrie per Allonsanfàn (1974). Nel film il classicismo monumentale della villa diventa contrappunto tragico ed ironico alle disillusioni post-rivoluzionarie dell’Ottocento, una stabilità scenografica che sembra resistere alle utopie infrante dei protagonisti. Sono due usi diversi dello stesso spazio: la riconoscibilità fisica della villa rimane intatta, ma viene caricata di un significato semantico del tutto inedito. È il primo modo in cui il cinema può guardarla, quello in cui la rovina conserva il proprio nome e, proprio per questo, diventa parte attiva della narrazione.

Quando la villa diventa altro
È con Et mourir de plaisir (Il sangue e la rosa, 1960) di Roger Vadim, primo film girato a Villa Adriana, che il cinema compie il gesto opposto: allo spettatore si impone un esercizio diverso, quello di dimenticare Villa Adriana anziché riconoscerla.
Nel Von Ryan’s Express (Il colonnello Von Ryan, 1965) di Mark Robson, con Frank Sinatra, i sotterranei e le strutture della villa vengono riconvertiti per evocare un campo di prigionia e scenari di fuga nell’Italia della Seconda guerra mondiale. La pietra antica perde la propria aura classica e diventa barriera, cemento, spazio di tensione. La rovina smette di essere contemplata: chiede di essere attraversata.
Questa possibilità di metamorfosi raggiunge, decenni più tardi, una delle sue manifestazioni più radicali in The Fall (2006) di Tarsem Singh. Il regista indiano scompone Villa Adriana e la inserisce in un universo fiabesco senza coordinate geografiche. Le rovine dialogano con palazzi indiani e deserti africani; il Canopo perde la propria romanità e diventa un frammento di un racconto mitologico sospeso fra continenti ed epoche. Inutile spostare una pietra: basta spostare lo sguardo. La stessa architettura rimane fisicamente identica e, nello stesso tempo, diventa narrativamente un luogo completamente diverso. È uno dei poteri più radicali del cinema: la capacità di lasciare intatta la realtà materiale, rivoluzionando completamente il sistema di significati attraverso il quale la realtà viene guardata.
Una variante di questa stessa logica compare anche in The Order (Il codice dell’anima, 2003) di Brian Helgeland, con Heath Ledger. Le architetture sotterranee e i resti monumentali diventano una Roma esoterica, segreta e labirintica, dove la geografia reale viene trasformata in geografia mentale. Tivoli sbiadisce come nome e resta come atmosfera: una geografia che si sente prima di essere identificata.

Quando il luogo agisce senza essere riconosciuto
L’immaginario cinematografico tocca il suo vertice nella contemporaneità, spingendosi sino alle soglie dell’orizzonte digitale. In All the Money in the World (Tutti i soldi del mondo, 2017), Ridley Scott utilizza Villa Adriana per ricostruire la dimora fastosa e decadente di J. Paul Getty. Agli occhi dello spettatore, la villa scompare per diventare, a tutti gli effetti, la residenza di Getty. Eppure proprio quando la ‘location’ si dissolve, la sua architettura continua a lavorare nell’immagine. Scott sfrutta la profondità spaziale del complesso, la scala monumentale, la distanza fra i corpi e l’architettura. Anche la luce contribuisce alla trasformazione: l’atmosfera fredda e invernale allontana la villa dalla sua tradizionale immagine mediterranea e la rende quasi astratta. Ben oltre la dimensione di residenza, l’architettura si fa manifesto di potere, ricchezza, distanza e gerarchia. Anziché limitarsi ad inquadrare gli spazi, la macchina da presa lascia che sia la stessa Villa Adriana a costruire la distanza che separa Getty dagli altri. Ed è proprio in questo scarto che il cinema svela la sua misura fisica.
In Smetto quando voglio – Masterclass (2017) di Sydney Sibilia il procedimento si rovescia ancora una volta in chiave pop. Villa Adriana diventa il teatro di una rocambolesca e ironica battaglia fra reperti archeologici, inseguimenti e commedia. Un cortocircuito in cui il passato monumentale si mescola al ritmo dell’azione e della commedia contemporanea.
Eppure, sul set, la prima operazione imposta dalla villa è sempre la stessa: alzare lo sguardo. L’obiettivo cambia: l’intento abbandona la semplice ammirazione delle rovine per concentrarsi sulla misurazione della distanza. Al Pecile, la continuità del grande muro, l’ampiezza del bacino e la dilatazione dei percorsi fanno apparire la figura umana provvisoria; altrove, gli specchi d’acqua, le aperture e le sequenze di soglie moltiplicano il rapporto fra visibile e riflesso. Qualsiasi inquadratura lo sa. E allora, chiaramente o no, il regista capisce: l’illusione di dominare la scena svanisce, svelando che la villa stessa ha preso il controllo del suo sguardo.

Quando il set diventa sala
La chiusura di questo cerchio si compie nel 2020 quando il Villae Film Festival ha portato il cinema nel Pecile di Villa Adriana, proiettando film come Titus (1999) di Julie Taymor e La balia (1999) di Marco Bellocchio. È un gesto quasi speculare rispetto a quello compiuto dai registi: la villa che era stata set diventa sala, la rovina si guarda allo specchio del cinema. L’architettura genera immagini che poi ritornano a riflettersi sulla pietra, trasformando lo spazio in uno scenario vivo, dove si fondono visione e proiezione. Villa Adriana supera così la dimensione di puro contenitore, offrendosi come il luogo nel quale il cinema torna a interrogare se stesso.

Il cinema dell’invisibile
I legami più intimi tra la pietra tiburtina e la macchina da presa risiedono proprio in questa latenza. Una “location” raggiunge la propria massima efficacia proprio quando lo spettatore smette di percepirla come tale. Il paradosso è tutto qui: per diventare perfettamente cinematografica, Villa Adriana deve talvolta scomparire. Può diventare Roma, una prigione, una residenza aristocratica, un luogo esoterico, un mondo fantastico o semplicemente un’architettura senza nome. Eppure, mentre si dissolve, continua a determinare l’immagine. I volumi, il gioco delle luci attraverso gli ambienti, il ritmo delle soglie e la dialettica tra il visibile e l’occultato rimangono impressi nell’inquadratura, imponendo una precisa direzione stilistica. La scala monumentale, la profondità dei tagli prospettici, la distanza calibrata fra i corpi e le colonne; e ancora, il modo in cui la luce taglia obliquamente gli spazi, la successione incessante delle soglie, quella possibilità di nascondere per poi rivelare: ogni elemento continua a presidiare la scena, vivo, anche quando il nome di Villa Adriana si è eclissato.
È qui che il concetto di fuori campo diventa decisivo. Nel cinema, il fuori campo è ciò che non vediamo ma che continua ad esistere oltre i margini dell’inquadratura. Villa Adriana può diventare il fuori campo del proprio stesso cinema. La pietra perde la sua immediata riconoscibilità, ma continua a governare la scena come un fantasma strutturale che costringe lo spettatore ad immaginare oltre l’inquadratura.

Adriano regista?
C’è un’ovvia distanza che separa l’imperatore dalla figura del regista moderno, eppure Adriano si rivela un grandioso orchestratore dello sguardo. Il suo progetto va ben oltre la costruzione di singoli edifici, puntando su una rete di tensioni visive fatte di percorsi alternati, improvvise prospettive e giochi di riflessi. Chi esplora il sito si ritrova immerso in una vera e propria successione temporale: un cannocchiale ottico ne nasconde un altro, un’immagine riflessa anticipa una soglia, fino ad un improvviso disvelamento. L’architettura organizza il tempo dell’esperienza.
L’analogia più profonda con il mezzo cinematografico risiede proprio in questa gestione temporale. Se l’architetto orchestra i volumi in funzione di un attraversamento fisico, il regista modella l’immagine per guidare l’interpretazione di chi guarda. In entrambi i casi, la struttura serve a tracciare una precisa traiettoria per gli occhi. Senza bisogno di inventare il cinema, l’imperatore ha strutturato un’esperienza primordiale e altrettanto radicale, edificando uno spazio in cui ogni traiettoria degli occhi diventa inevitabilmente una scelta attiva.

Il set infinito
Questa attitudine teatrale e prospettica spiega perché Villa Adriana continua, dopo quasi duemila anni, a prestarsi al cinema arrivando a fondersi oggi con l’immaginario immateriale della realtà digitale. Si tratta di una macchina spaziale plastica, capace di accogliere la storia e di superarla attraverso una continua metamorfosi. Più che inventare Villa Adriana come set, il cinema ha saputo intercettare una potenzialità insita nella sua stessa architettura: la capacità di tradurre lo spazio in racconto. Il segreto più autentico del luogo risiede proprio in questa latenza. La villa supera ciò che si mostra nell’inquadratura, continuando a dirigere i nostri occhi anche quando scompare dallo schermo.

Autore: Andrea Bruciati

Fonte: www.artribune.com 4 set 2026

TURCHIA. E’ stata ricostruita una monumentale statua dell’imperatore Adriano.

A Kibyra, antica città della Turchia sud-occidentale, torna a ricomporsi una rara immagine dell’imperatore Adriano, che guidò Roma dal 117 d.C. al 138 d.C. Gli archeologi hanno completato la ricostruzione di una monumentale statua marmorea alta 2,14 metri, assemblando frammenti rinvenuti nel corso delle campagne di scavo. L’opera, destinata al Museo di Burdur insieme alle altre sculture recuperate, costituisce uno dei pochi esempi di raffigurazione sostanzialmente integra di Adriano provenienti dall’Anatolia.
La statua mostra l’imperatore in veste di comandante militare, con un’armatura ornata da elaborati rilievi, tra cui spiccano un leone ed un’aquila. Realizzata in marmo di alta qualità proveniente dalle aree di Afyon-Döğer e İscehisar, è databile intorno al 130 d.C. L’identificazione è stata resa possibile dal ritrovamento di una testa-ritratto ben conservata, successivamente ricongiunta ad un torso corazzato scoperto in una precedente campagna.

Gli scavi archeologici di Kibyra sono in corso dal 2006 e hanno progressivamente restituito importanti testimonianze della città romana. Le ricerche attualmente più significative interessano la Porta Monumentale, un imponente accesso urbano caratterizzato da due torri circolari ed un passaggio centrale a tre arcate. Proprio in quest’area, nel 2025, è stata avviata una nuova fase di indagini archeologiche: il monumento si presentava in gran parte come un ammasso di blocchi crollati e, da allora, circa 2.500 elementi architettonici sono stati rimossi, documentati e classificati in vista della futura ricostruzione.
È durante queste indagini che sono stati individuati frammenti appartenenti a quattro statue marmoree, probabilmente collocate nella parte superiore della porta. Una di esse rappresenterebbe l’imperatrice Sabina, moglie di Adriano. Sono stati inoltre recuperati un’altra figura imperiale corazzata, alta circa 1,86 metri, una statua femminile conservata in due sezioni ed una testa maschile di circa 30 centimetri, oltre ad una ventina di frammenti di arti.

La presenza delle immagini imperiali potrebbe essere collegata ad una possibile visita di Adriano. Non esistono però prove documentarie che attestino un suo passaggio a Kibyra, sebbene l’imperatore, al potere dal 117 al 138 d.C., abbia viaggiato a lungo nelle province dell’Impero, compresa l’Anatolia.
Le sculture sarebbero state distrutte in seguito ad un violento terremoto, probabilmente quello del 417 d.C. Cadute dalla parte superiore della porta, si sarebbero frantumate ed i loro elementi dispersi tra le rovine.

Autore: Giorgio Valentini

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 27 ago 2026

TIVOLI (Roma). Villa Adriana riscopre il valore del suo uliveto storico.

Quasi 3.000 alberi diventano parte di un progetto che unisce tutela del paesaggio, cultura e sviluppo delle filiere locali. Pubblicato un avviso per un partenariato pubblico-privato
Dopo gli anni della sperimentazione, che avevano portato alla nascita del primo olio extravergine di Villa Adriana estratto da un numero limitato di alberi, adesso, a Tivoli, è stata avviata una nuova fase dall’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este.
Da quest’anno, infatti, il progetto diventa strutturale e coinvolge l’intero uliveto del sito UNESCO, con quasi 3.000 alberi, con l’obiettivo di dar vita ad una filiera produttiva territoriale fondata sulla collaborazione tra pubblico e privato e sulle competenze agricole locali.
L’iniziativa, voluta dal direttore dell’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este, Alberto Samonà, punta a valorizzare le radici agricole e paesaggistiche delle VILLÆ tiburtine, mediante un percorso che riconosca Villa Adriana, Villa d’Este e il Santuario di Ercole Vincitore quali parti di un unico patrimonio vivo, dove tutela, conoscenza e valorizzazione si intrecciano nel segno della continuità storica: luoghi di conservazione e, al contempo, di produzione culturale, cura del paesaggio e salvaguardia della biodiversità.
Per rendere stabile questo modello, l’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este ha pubblicato un avviso finalizzato all’attivazione di un Partenariato Speciale Pubblico-Privato, attraverso il quale mettere definitivamente a sistema l’intero comparto produttivo delle VILLÆ.
L’uliveto di Villa Adriana si estende tra i resti della residenza imperiale come un autentico monumento verde. Ospita quasi 3.000 olivi appartenenti a nove cultivar, alcune rare, e custodisce il celebre “Albero Bello”, un esemplare di circa seicento anni riconosciuto dagli studi genetici come unico nel panorama olivicolo italiano.
Il progetto non mira soltanto a produrre un olio extravergine di qualità, ma a valorizzare il patrimonio UNESCO attraverso la cura del paesaggio, la ricerca, la didattica e il rilancio della vocazione agricola che appartiene da sempre alla storia di questi siti.
Da queste attività potranno nascere nuove produzioni legate al territorio, come olio, miele, uva, erbe officinali e derivati naturali, con l’obiettivo di coniugare tutela del patrimonio culturale, sostenibilità ambientale e sviluppo delle filiere locali.
«Il cuore di questa iniziativa è la piena valorizzazione dell’uliveto di Villa Adriana e delle altre colture che coinvolgono i tre siti – sottolinea il Direttore Alberto Samonà – ma guarda oltre, perchè il nostro scopo è di sviluppare un modello che possa coniugare sostenibilità economica, cura del paesaggio storico e sviluppo delle filiere agricole locali. Un’occasione per fare interagire il patrimonio culturale con le tradizioni del territorio e promuovere una gestione responsabile delle sue risorse».

Presskit, foto HD: https://drive.google.com/drive/folders/1JiF6dGxnlcbWosNEOGMPRiRg_Jg3j2Xb?usp=share_link

Fonte:
Ufficio stampa HF4 www.hf4.it 21 luglio 2026
Annarita Canalella annarita.canalella@hf4.it +39 335 749 5538
Alessia Malorgio alessia.malorgio@hf4.it +39 335 696 1998

Marguerite Yourcenar. Memorie di Adriano.

Sintesi a cura di Giuliano Gilli (da Rai Cultura, 27 luglio 2026)

«Avevo sentito le dissonanze risolversi in accordo; per un istante mi ero posato su una sfera diversa, avevo contemplato da lungi, ma anche da molto vicino, quella teoria umana e divina nella quale occupo il mio posto anch’io, quel mondo nel quale esiste ancora il dolore, non più l’errore. La sorte umana, quel vago tracciato al quale un occhio meno esercitato attribuisce tante imperfezioni, scintillava come le scie del cielo.»
Negli anni, questo libro è divenuto un breviario, un livre de chevet; una doccia da fare al mattino, o da leggere la sera, per togliere un po’ di sporcizia del mondo.
Al tempo fu una lettura difficilissima. L’occasione di leggere uno dei libri più significativi della letteratura fu ostacolata da una assoluta mancanza di voglia di leggere. Ho cercato di abbandonarlo e di riprenderlo più volte; alla fine sono arrivato all’ultima pagina.
Le sei parti che lo compongono, come per Auden, sono diventate per me horae canonicae e la salmodia il loro canto. Salmodiare: forse nessun verbo definisce meglio questa lettura. In questa lunga missiva, in questo flusso di coscienza, Adriano racconta la sua vita mirabolante, il suo destino, la responsabilità di essere Cesare, la sua negazione, l’amore, la Bellezza (o ciò che dovrebbe tendere alla καλοκαγαθία). Racconta la vita. Anche la nostra.
L’iniziare a leggerlo ha innescato uno straniamento vivido e immediato dentro il cuore del II secolo d.C.: il suo narrare, la sua cadenza e la sua musicalità narrativa sono entrati nella mente come un mantra, cullandomi, ipnotizzandomi, costringendomi all’attenzione e a lasciar perdere il resto.
Al cospetto di Adriano mi sono sentito come un bimbo nel suo primo giorno di ludus litterarius, perplesso e timoroso, pronto a memorizzare, ascoltare, annotare e sognare quegli spazi infiniti, quegli animali mai visti, quelle costruzioni gigantesche e quelle armate invincibili.
Vorrei condividere i passi che più mi hanno colpito all’interno dell’opera, densa di per sé di moniti continui.

Animula vagula blandula
«Come chiunque altro, io non dispongo che di tre mezzi per valutare l’esistenza umana: lo studio di se stessi è il metodo più difficile, il più insidioso, ma anche il più fecondo; l’osservazione degli uomini, i quali nella maggior parte dei casi s’adoperano per nasconderci i loro segreti o per farci credere di averne; e i libri, con i caratteristici errori di prospettiva che sorgono tra le righe. […] La parola scritta m’ha insegnato ad ascoltare la voce umana, press’a poco come gli atteggiamenti maestosi e immoti delle statue m’hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini. Viceversa, con l’andar del tempo, la vita m’ha chiarito i libri. […] Mi troverei molto male in un mondo senza libri, ma non è lì che si trova la realtà, dato che non vi è per intero.»
Come già in Flaubert e, più tardi, in Canetti, anche per la Yourcenar la conoscenza passa inevitabilmente attraverso la vita. Non esiste pagina che possa davvero parlarci se prima non è stata bagnata da una lacrima o dal sudore del nostro corpo, nella sua continua mutazione, nel suo divenire. Il divenire è, del resto, una costante dell’intero romanzo: come un ouroboros, la piccola animula vagula blandula tornerà alla fine del libro, là dove tutto sembra concludersi e invece ricomincia.

Varius Multiplex Multiformis
«Fino alla fine dei miei giorni sarò riconoscente a Scauro per avermi costretto a studiare il greco per tempo. Ho amato quella lingua per la sua flessibilità di corpo allenato, la ricchezza del vocabolario nel quale a ogni parola si afferma il contatto diretto e vario delle realtà; l’ho amata perché quasi tutto quel che gli uomini han detto di meglio è stato detto in greco. […] L’impero l’ho governato in latino; in latino sarà inciso il mio epitaffio, sulle mura del mio mausoleo in riva al Tevere; ma in greco ho pensato, in greco ho vissuto.»
Anch’io sono grato alla vita per aver studiato il greco. Imparando l’organon della κοινὴ διάλεκτος, ho imparato qualcosa del passato, del presente e, spero, anche del futuro della nostra natura, della nostra storia, del nostro humus. Districare radici, temi e suffissi delle parole mi ha svelato la realtà; tradurne la ποίησις mi ha restituito il sogno.
Mi sento più ricco, anche senza nulla.

Tellus stabilita
«Humanitas, Felicitas, Libertas: queste belle parole incise sulle monete del mio regno, non le ho inventate io. Qualsiasi filosofo greco, qualsiasi romano colto si propone del mondo la stessa immagine che mi propongo io… E ringraziavo gli dèi per avermi concesso di vivere in un’epoca, in cui il compito che m’era toccato in sorte consisteva nel riorganizzare prudentemente un mondo già vivo, e non nell’estrarre dal caos una materia ancora informe, o nel distendermi su un cadavere per cercar di risuscitarlo. Mi rallegravo che il nostro passato fosse antico abbastanza per fornirci esempi eccellenti, e non tanto pesante da schiacciarci con essi…; che lo sviluppo della nostra tecnica fosse pervenuto al punto da facilitare l’igiene della città e la prosperità dei popoli, ma non a quell’eccesso in cui rischierebbe di sommergere l’uomo con acquisizioni inutili; che le nostre arti, alberi un poco esausti per la gran copia dei loro doni, fossero ancora capaci di qualche frutto squisito. Mi rallegravo che le nostre religioni, vaghe e venerabili, purificate da intransigenze e da riti feroci, ci associassero misteriosamente ai sogni più antichi dell’uomo e della terra, ma senza inibirci una spiegazione “laica” dei fatti, un’intuizione razionale della condotta umana. Mi piaceva infine che queste stesse parole, Umanità, Felicità, Libertà non fossero ancora avvilite da applicazioni ridicole.»
C’è qui il manifesto di quello che sarà il successivo saeculum aureum (ma con un’accezione diversa, come vedremo). Lo spirito dei tempi, quello che ieri abbiamo imparato a chiamare Zeitgeist, attraversa queste pagine con una limpidezza che oggi sembra perduta. Là dove il nostro tempo si smarrisce nel presente, Adriano celebra il ricordo e la memoria come uniche bussole per onorare umanità, felicità e libertà. È un concentrato perfetto di mos maiorum e di una romanità ormai pienamente consapevole della propria anima greca. Non semplicemente attuale. Urgente.
«Bisogna che lo confessi: credo poco alle leggi. Se troppo dure, si trasgrediscono, e con ragione. Se troppo complicate, l’ingegnosità umana riesce facilmente a insinuarsi entro le maglie di questa massa fragile, che striscia sul fondo. Esse mutano meno rapidamente dei costumi; pericolose quando in ritardo, ancor più quando tentano di anticiparli.»
Davanti a parole come queste resta poco da aggiungere.
«Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo. Volevo che le città fossero splendide, piene di luce, irrigate d’acque limpide, popolate da esseri umani il cui corpo non fosse deturpato né dal marchio della miseria o della schiavitù, né dal turgore di una ricchezza volgare. Volevo che l’immensa maestà della pace romana si estendesse a tutti, insensibile e presente come la musica del firmamento nel suo moto; che il viaggiatore più umile potesse errare da un paese, da un continente all’altro, senza formalità vessatorie, senza pericoli, sicuro di trovare ovunque un minimo di legalità e di cultura… A questo ideale, in fin dei conti modesto, ci si avvicinerebbe abbastanza spesso, se gli uomini vi applicassero una parte di quella energia che van dissipando in opere stupide o feroci.»
Questo il miracolo del libro della Yourcenar: raccontare il II secolo e costringerci, senza mai cercare facili attualizzazioni, a leggere il XXI. La sua modernità non nasce dall’attualità dei temi, ma dalla profondità dello sguardo e del suo orizzonte.
È presente, come avrete notato, tutta la natura ellenistica dell’imperatore. Roma governa in latino; Adriano continua a pensare in greco. Ed è forse proprio in questa duplice appartenenza, romana e greca, che risiede il segreto della sua idea di impero.

Saeculum aureum
«Ho resistito; ho lottato contro il dolore come contro una cancrena. Ho ricordato le sue caparbietà, le sue bugie; mi son detto che sarebbe mutato, ingrassato, invecchiato. Fatica sprecata: come un artigiano coscienzioso si logora a copiare un capolavoro, così io mi accanivo a pretendere dalla mia memoria una esattezza insensata… Mi mancava tutto: il compagno delle feste notturne, il giovinetto che si abbassava sui talloni per aiutare Euforione a disporre le pieghe della mia toga. Una sera, Cabria mi chiamò per indicarmi una stella, nella costellazione dell’Aquila, che era stata appena visibile fino allora e che improvvisamente palpitava come una gemma, batteva come un cuore. Ne feci la sua stella, il suo segno. Ogni notte, mi esaurivo a seguirne il corso; ho scorto strane figure in quella parte di cielo. Mi ritennero folle. Ma non mi importava.»
È questo, forse, il periodo più luminoso della vita di Adriano. Antinoo e i suoi ricci rimarranno nella mia memoria letteraria come un’immagine indelebile.
Di queste pagine ho ammirato soprattutto la capacità della Yourcenar di raccontare l’amore come esperienza universale, capace di oltrepassare le convenzioni, le morali e perfino i credo che la storia degli uomini ha fatto attecchire come gramigna.
C’è, a mio avviso, un pudore profondo che non viene mai dichiarato e che proprio per questo attraversa l’intero romanzo.
Per questo colloco Antinoo e Adriano accanto a Tristano e Isotta, Abelardo ed Eloisa, Paolo e Francesca: non semplicemente grandi amori, ma archetipi. Figure nelle quali il sentimento travalica i protagonisti fino a diventare qualcosa di più grande di loro, un modello eterno dell’esperienza umana.
Donare amore, in qualunque forma, significa onorare l’essenza stessa della vita.

Disciplina Augusta
«Tutta la vita, ero vissuto d’amore e d’accordo col mio corpo; avevo implicitamente contato sulla sua docilità, sulla sua forza. Quest’ultima alleanza cominciava ad allentarsi; il mio corpo cessava d’operare d’accordo con la mia volontà, col mio spirito, con quella che bisogna pure ch’io chiami, goffamente, la mia anima; il compagno intelligente d’un tempo, ormai non era più che uno schiavo riluttante alla fatica. Il mio corpo aveva paura di me; sentivo continuamente nel petto la presenza oscura della paura, una morsa che non era ancora dolore, ma il primo passo in quel senso.»
Per la prima volta il corpo smette di essere un alleato e diventa un interlocutore ostile. I ricordi della fierezza duellano con membra ormai stanche, prima di arrendersi a una luce che restituisce ordine a tutte le cose.
In questo passo, con la dovuta algida distanza, mi è tornato alla mente Peeperkorn della Montagna incantata: la stessa possanza, lo stesso sguardo interiore, la stessa consapevolezza di chi ha guardato in faccia la vita e la morte.

Patientia
«Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più… Cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti…»
Avrei voluto esserci anch’io, in quel momento. Avrei voluto stringergli la mano e accompagnarlo alle porte dei Campi Elisi.
Una fine che è un inizio.
Per rileggerlo, per farne memoria, per non dimenticare quella piccola animula vagula blandula che continua ad abitare ciascuno di noi.
Nessuno escluso.

TIVOLI (Roma). Scavi 2026 a Villa Adriana.

È la prima volta che un’università portoghese promuove una missione archeologica in Italia, iniziando questo percorso a Villa Adriana ed i primi risultati delle indagini non hanno tradito le aspettative.
Dalle prime prospezioni geofisiche si era individuata la presenza di elementi sotterranei, nell’area ad est della vasca del Pecile ma solo con lo scavo diretto gli studiosi sono riusciti a coglierne la reale portata. Le strutture non solo si sono rivelate straordinariamente ben conservate, ma si articolano in modo complesso lungo tutta l’area ad est della grande vasca.
Oltre all’architettura degli ambienti, di notevole interesse sono i reperti recuperati: primo tra tutti un ricco campionario di marmi policromi accompagnato, seppur in misura minore, da un’interessante selezione di ceramiche.

Video di presentazione dell’intervento:
https://www.facebook.com/share/v/1Hmbjuy5e7/?mibextid=wwXIfr

TIVOLI (Roma). Un partenariato pubblico privato per l’uliveto monumentale di Villa Adriana ed il vigneto antico di Villa d’Este.

I siti del complesso di Villae a Tivoli (Roma), istituto autonomo del Ministero della Cultura, recuperano l’agricoltura e la pastorizia millenarie: l’uliveto e l’orto storico di Villa Adriana, il vigneto di Villa d’Este, l’orto dei semplici al Santuario di Ercole Vincitore e, infine, il pascolo presso il Mausoleo dei Plautii, sono oggetto di un avviso pubblico per un partenariato speciale pubblico privato, in scadenza il 14 agosto; mentre, da luglio a settembre, i siti dell’Istituto (che comprende anche i Monumenti del Foro di Tivoli, ovvero Mensa Ponderaria e Augusteum) aprono ai visitatori con un ampio programma di mostre ed eventi.

Nell’uliveto monumentale di Villa Adriana (sito Patrimonio dell’Unesco, così come Villa d’Este), attualmente si trovano circa 3mila alberi; in questi terreni sarà messa a regime la produzione dell’olio extravergine Olea Hadriani, che nel 2022 ha ottenuto il marchio Igp. Gli ulivi circostanti la Villa risalgono per lo più al XVIII secolo e uno degli esemplari, detto «Albero Bello», sarebbe presente addirittura dal XIII secolo. Nei terreni di Villa Adriana verrà, inoltre, sviluppata l’apicoltura attraverso una collaborazione, già attiva, con la Federazione Apicoltori Italiani.

Nel vigneto storico di Villa d’Este, si intende invece recuperare una varietà antica di uva da tavola, il Pizzutello di Tivoli. Con il progetto dell’orto dei semplici del Santuario di Ercole Vincitore verranno messe a dimora piante tradizionali e officinali. Nell’area del Mausoleo dei Plautii, l’Istituto ha avviato iniziative sperimentali di pascolo ovino, finalizzate al recupero di pratiche antiche di gestione del paesaggio rurale.

Mentre si dà avvio al partenariato per le attività agricole e di pastorizia tradizionali, giovedì 16 luglio a Villa d’Este inaugura la prima mostra del programma MuseoNatura di Villae, un’iniziativa che interpreta il patrimonio culturale e naturale come un dispositivo di conoscenza ecologica. Con l’esposizione «Cosmogonie dell’acqua. Claudia Müller» (fino al 18 ottobre), a cura di Alberto Samonà, Davide Bertolini e Sara Tarissi de Jacobis, l’artista cilena Claudia Müller Montes integra processi materiali e simbolici del rapporto fra acqua, territorio e cosmo, attraverso video, sculture e installazioni. L’acqua è infatti protagonista della villa estense concepita dall’architetto Pirro Ligorio, con le sue numerose e spettacolari fontane monumentali, come illustra bene la nuova guida Villa d’Este (2026) edita da Electa.
Il programma di eventi estivi messo a punto dal neodirettore di Villae (da febbraio scorso), Alberto Samonà, comprende anche performance musicali, teatrali, scientifiche. I prossimi appuntamenti sono per il 23 e 24 luglio, nel Teatro di Villa Adriana, con l’attore Alessandro Preziosi che reciterà brani dal romanzo Memorie di Adriano (1951) di Marguerite Yourcenar; dal 31 luglio all’8 agosto, il teatro del Santuario di Ercole Vincitore sarà la cornice di una rassegna di rappresentazioni classiche, da «Medea» a «Ifigenia in Aulide».

Autore: Letizia Riccio

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 16 luglio 2026

TIVOLI (Roma). VILLÆ 2026.

Un’estate di arte, teatro, musica e cultura nei siti UNESCO. Dall’arte contemporanea ai classici del teatro, dalla musica alle osservazioni astronomiche, fino all’omaggio per i duecento anni di Carlo Collodi. Nell’estate 2026, Villa Adriana, Villa d’Este e il Santuario di Ercole Vincitore palcoscenico aperto alla comunità.

Un patrimonio che al calare del sole cambia volto. Le architetture si lasciano riscrivere dalla luce, i giardini diventano scenografie naturali, i monumenti si trasformano in luoghi di incontro, spettacolo e conoscenza. È da questa visione che nasce VILLÆSTATE 2026, il progetto con cui l’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este mette a sistema i tre straordinari complessi di Villa Adriana, Villa d’Este e del Santuario di Ercole Vincitore, a Tivoli, restituendoli alla comunità come un unico ecosistema culturale, dove il patrimonio UNESCO delle Ville ed il Santuario potranno essere vissuti anche dopo il tramonto.
Dall’acqua che diventa materia artistica nelle installazioni contemporanee ai grandi classici del teatro, fino all’omaggio per i duecento anni dalla nascita di Carlo Collodi, dalla musica alle osservazioni astronomiche sotto il cielo estivo di Tivoli, fino al 26 settembre prende forma un programma che attraversa linguaggi, epoche e pubblici diversi. Le aperture serali e le iniziative culturali che si svolgeranno all’imbrunire non rappresentano semplicemente un’estensione dell’orario di visita, ma diventano il cuore di una progettualità che invita cittadini e visitatori a vivere Villa Adriana, Villa d’Este e il Santuario di Ercole Vincitore in una dimensione nuova, dove la storia incontra la contemporaneità e il patrimonio diventa esperienza condivisa.
Dopo il sold-out registrato a Villa Adriana lo scorso 21 giugno con lo spettacolo “Emozioni” che ha proposto i brani del duo Battisti-Mogol, con Mogol ospite d’onore, insieme a Gianmarco Carroccia, questo racconto prosegue con l’arte contemporanea.
Dal 16 luglio Villa d’Este accoglierà Cosmogonie dell’acqua, la mostra dell’artista Claudia Müller composta da tre installazioni site-specific che dialogano con il patrimonio monumentale e con l’elemento che più identifica la Villa: l’acqua. Un percorso espositivo pensato per instaurare un confronto diretto tra ricerca artistica contemporanea ed uno dei luoghi simbolo del Rinascimento italiano, restituendo ai visitatori una nuova percezione dello spazio storico. Inaugurazione il 16 luglio alle 17,30. Ingresso libero. L’esposizione sarà visitabile per tre mesi, fino al 18 ottobre 2026, acquistando il biglietto d’ingresso ordinario alla Villa.
Sarà poi il teatro a entrare in simbiosi con la memoria dei luoghi. Il 23 e 24 luglio alle ore 20.00 Villa Adriana ospiterà Memorie di Adriano, con Alessandro Preziosi, tratto dal celebre romanzo di Marguerite Yourcenar, affiancato da Elisa Di Eusanio, dalle opere di Alfredo Pirri e dalle musiche di Giacomo Vezzani.
Dal 31 luglio all’8 agosto alle ore 19.00, invece, il Santuario di Ercole Vincitore diventerà il palcoscenico della rassegna Heroides – Donne che svelano la fragilità degli eroi, cinque appuntamenti dedicati alle grandi protagoniste del mito che intrecciano la forza del teatro classico con uno sguardo contemporaneo.
A chiudere la stagione teatrale sarà, il 26 settembre alle ore 19.00, il Certamen Ercole Vincitore, concorso riservato ad attori e compagnie under 35 che animerà gli spettacolari grottoni monumentali del Santuario, recentemente restaurati e restituiti al pubblico.
Tra gli appuntamenti più attesi spicca Eterno Pinocchio – Duecento anni di Collodi, il progetto con cui le VILLÆ celebrano il bicentenario della nascita dello scrittore che ha dato vita al burattino più famoso del mondo. Il 9 agosto alle ore 18.45 Villa d’Este ospiterà un incontro con Giordano Bruno Guerri, Daniela Marcheschi, Fulvia Toscano e Luigi Turinese, seguito dalla proiezione del classico film d’animazione Disney, mentre l’11 agosto alle ore 18.45 il pubblico ritroverà Andrea Balestri, indimenticabile interprete televisivo di Pinocchio, insieme a Massimo Benenato, figlio di Franco Franchi, all’esecuzione dal vivo della colonna sonora di Fiorenzo Carpi e ad uno spettacolare audiovisual mapping curato da FLYer. Due serate che intrecciano letteratura, televisione, musica e arti digitali nel segno di uno dei personaggi più iconici dell’immaginario italiano.

Ad accompagnare l’intera estate sarà anche la musica, protagonista di alcuni degli appuntamenti più suggestivi del cartellone. Il 14 settembre alle ore 20.00 Villa d’Este ospiterà Canto delle Creature, progetto originale dedicato a San Francesco con Ambrogio Sparagna, l’Orchestra Popolare Italiana e la partecipazione straordinaria del poeta Davide Rondoni.
A chiudere idealmente questo percorso sarà uno spettacolo tra musica e teatro: Lumen Lunae, il 18 settembre alle ore 20.00 a Villa Adriana, intenso melologo dedicato alla figura dell’imperatore Adriano con testi di Filippo Arriva e musiche originali del Maestro Mario Modestini eseguite dal vivo da un quartetto d’archi.

A fare da filo conduttore dell’intero programma saranno le aperture serali, occasione privilegiata per riscoprire i due siti UNESCO e il Santuario attraverso una diversa percezione dello spazio e del tempo. Passeggiare tra le architetture illuminate di Villa Adriana, lasciarsi avvolgere dalla magia delle fontane di Villa d’Este o attraversare il Santuario di Ercole Vincitore nelle ore del crepuscolo significa vivere il patrimonio in una dimensione immersiva, culminando il 29 agosto alle ore 20.00 con Ad osservar le stelle, l’osservazione astronomica del cielo estivo dalla Torre di Roccabruna, tra gli appuntamenti più suggestivi dell’intera stagione. Le aperture serali interesseranno Villa Adriana il 6 luglio, 15 e 29 agosto e 18 settembre, Villa d’Este il 10, 12 e 13 agosto e 14 settembre, mentre il Santuario di Ercole Vincitore sarà visitabile il 5 luglio, il 1° e l’8 agosto.
«Le aperture serali delle VILLÆ – sottolinea il Direttore dell’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este, Alberto Samonà – restituiscono questi siti unici al mondo alla dimensione di un tempo dilatato, dove le luci notturne ridefiniscono le architetture e gli spazi. Vivere le VILLÆ di Tivoli di sera trasforma la percezione dei nostri monumenti in un’esperienza sensoriale unica. Attraverso questo ricco palinsesto estivo, inoltre, abbiamo inteso offrire al pubblico occasioni di incontro tra linguaggi diversi – dalla drammaturgia alla ricerca astronomica, dalla musica alla riflessione letteraria. Il nostro obiettivo – conclude il Direttore Samonà – è fare di Villa Adriana, Villa d’Este e del Santuario di Ercole Vincitore dei presidi culturali dinamici, dove la stratificazione dei secoli incontra il presente e diviene essa stessa contemporaneità, invitando la comunità a riappropriarsi di spazi che non sono semplici scenari, ma luoghi di pensiero e di partecipazione attiva».

Per acquistare i biglietti per le aperture serali, cliccare su: https://villae.midaticket.com/categorie/singoli/ e scegliere la data tra quelle indicate sopra.
Per i biglietti gratuiti della rassegna teatrale Heroides: https://villae.midaticket.com/categorie/villaestate-teatro-2026/
Per “Memorie di Adriano”: https://www.ciaotickets.com/it/biglietti/le-memorie-di-adriano-tivoli

I biglietti per “Eterno Pinocchio” (9, 11 agosto) e per l’osservazione astronomica del 29 agosto saranno in distribuzione entro metà luglio.
I biglietti degli spettacoli di settembre saranno in distribuzione dal 1° agosto.

Info:
Ufficio Stampa HF4 www.hf4.it
Marta Volterra marta.volterra@hf4.it
Annarita Canalella annarita.canalella@hf4.it +39 335 749 5538
Alessia Malorgio alessia.malorgio@hf4.it +39 335 696 1998